27 – Il Risveglio dell’Antica Trama
GIORNO 3 YARTHMONT
L'alba di Yarthmont filtrava pigramente attraverso le crepe aperte della Torre Spezzata, ma all'interno della "Camera dell'Invisibilità" il tempo sembrava essersi fermato in una bolla di sospensione magica. Dopo la morte di Golthar, la liberazione di Stephan e il ritrovamento dell'Ago d'Argento, la compagnia di avventurieri si preparava alla fuga da Xitaqa. L'aria era densa di una tensione quasi elettrica, palpabile quasi quanto le spesse pareti di marmo antico che li circondavano.
Liziano osservava i suoi compagni con quel suo sguardo freddo e calcolatore di stratega thyatiano. Stephan, l'allevatore di cavalli che avevano liberato, era ridotto a un'ombra di se stesso, deperito ma con gli occhi accesi da una nuova speranza e un nuovo entusiasmo.
«Dobbiamo muoverci come spettri tra queste rovine,» esordì Liziano, sistemandosi i suoi stivali elfici. «Seebo, la tua magia sarà il nostro velo. Dovrai creare una Sfera di Invisibilità che ci avvolgerà tutti. Ma non basterà. I babbuini delle rocce e le pattuglie goblin hanno orecchie fini.».
Lo gnomo illusionista annuì mentre giocherellava con le sue verghe metamagiche. «Possiamo fare di meglio. Keruin potrebbe incantare un pezzo di corda con il Silenzio divino, muovendo un raggio di vuoto sonoro intorno a noi. Saremo ombre silenziose nel cuore di questa tana di goblin.»
Sorse però un dubbio che fece increspare la fronte di Souane. La giovane guerriera traladariana indicò le pesanti statue magiche di giada dalla testa di sciacallo che avevano deciso di reclamare come bottino e alleati.
«Anche le statue svaniranno nell'invisibilità?» chiese la giovane barbara traladariana. Liziano scrutò Souane con aria colpita per quella acuta osservazione, poi si rivolse allo gnomo illusionista. «Effettivamente la loro natura magica resiste ai tuoi veli, Seebo. Dovranno necessariamente camminare visibili, statue di pietra senz'anima che solcano il canyon.».
Souane, che stringeva con orgoglio il nuovo spadone magico sottratto al Minotauro, sbuffò con la solita impazienza. «Che ci vedano pure. Se un goblin oserà sbarrare la strada a una statua di giada che cammina da sola, imparerà che la pietra non sanguina, ma schiaccia!!».
Keruin alzò la sua mazza sacra benedicendo la compagnia. «Allora andiamo! Che Petra guidi i nostri passi. È tempo di lasciare questo cimitero di marmo.».
Conner intanto era scivolato fuori dalla camera invisibile in avanscoperta. L'halfling scese i gradini con la grazia di un gatto, attraversando l'atrio della torre che era stato teatro degli scontri sanguinosi del giorno prima. L'aria era viziata dall'odore di putredine e cenere. I cadaveri dei lupi dei ghiacci e degli hobgoblin giacevano ancora dove erano caduti, ma l'atrio era ora spettralmente vuoto. Le enormi porte di bronzo, alte sei metri, erano spalancate sulla scalinata monumentale, rivelando il mattino di Xitaqa.
«Nessun rumore dal basso,» sussurrò Conner quando tornò dai compagni. «Solo il ringhio lontano di qualche babbuino. La città si sta svegliando, ma non sospettano che il mago giallo sia caduto.».
Il gruppo iniziò così la discesa della torre. La scena era surreale: uno spazio vuoto nel cuore del quale l'aria sembrava vibrare di invisibilità, preceduto da due massicce statue di giada verde che procedevano con passi pesanti ma assolutamente muti, grazie alla corda silenziata che le accompagnava.
Mentre scendevano le scale monumentali, il sole di Karameikos colpì le sculture di pietra, facendole brillare di una luce smeraldina sinistra. Dalla parte opposta della piazza centrale, un gruppo di goblin si fermò bruscamente. Le loro facce giallastre si contorsero per la confusione e il terrore. Non c'era traccia degli avventurieri invisibili, ma vedere quelle statue muoversi da sole nel silenzio assoluto era un prodigio che gelava il loro sangue nero.
L'incantesimo di Invisibilità di Seebo consentiva comunque agli avventurieri di vedersi tra di loro; Liziano fece ai compagni un eloquente gesto di 'muoversi'. Se volevano sfruttare al meglio la confusione che si era generata nei goblin non dovevano esitare. Invisibili e silenziosi il gruppo si mosse dietro alle magiche statue di giada attraversando i canyon che ospitavano l'antica città di Xitaqa.
Ma proprio all'uscita del canyon, la tensione raggiunse il culmine. Una grossa pattuglia di goblin dalla pelle giallastra, che teneva al guinzaglio feroci babbuini delle rocce, sbarrò la strada alle statue. Gli animali annusavano l'aria, ringhiando verso lo spazio apparentemente vuoto occupato dagli eroi invisibili. Souane strinse l'elsa dello spadone, pronta a scatenare la sua furia cieca se un solo babbuino avesse spezzato la formazione.
Seebo, che indossava l'anello magico che permetteva di comandare mentalmente le statue di giada, ordinò alle sculture di avanzare spostandosi lateralmente verso una parete del canyon puntando diritto verso dei goblin come a volerli schiacciare contro la parete di pietra. Terrorizzati da quell'avanzata lenta, inarrestabile e silenziosa, i goblin tirarono freneticamente i guinzagli dei loro "babbuini", arretrando e spostandosi dalla parte opposta del canyon e permettendo di passare alle statue e ai "fantasmi" di Xitaqa.
Una volta fuori dalle gole profonde di quella città perduta, la compagnia non si guardò indietro. Puntarono verso sud, verso il cuore della prateria battuta dai venti freddi che scendevano dalle montagne Altan Tepe.
Raggiunsero il Guado sul fiume Volaga. Voran si fermò sulla riva, scrutando le acque torbide del fiume dove Chesnok, il suo compagno lupo, era stato travolto dalla corrente qualche giorno prima. Il suo sguardo era velato di malinconia, ma il dovere di riportare Stephan a casa ardeva più forte di ogni dolore personale.
«Ti ritroverò, amico mio,» sussurrò il ranger prima di allungare nuovamente il passo conducendo la compagnia verso Sukiskyn.
GIORNI 4 - 8 YARTHMONT
Seguirono altri quattro giorni di cammino forzato attraverso l'ampia pianura dei Campi Elbai. Voran e Souane guidavano il gruppo con precisione infallibile, dimostrando che la loro tempra traladariana era forgiata dalla terra stessa su cui camminavano. Senshu manteneva la retroguardia, pronto a sollevare Stephan quando la stanchezza minacciava di farlo crollare.
Al tramonto del quinto giorno, le mura di legno della fattoria di Sukiskyn apparvero all'orizzonte. Quando gli abitanti della fattoria fortificata avvistarono e riconobbero Stephan al centro della compagnia che si stava avvicinando, un grido di gioia squarciò l'aria.
L'accoglienza fu un turbine di emozioni. Pyotr corse incontro al fratello, avvolgendolo in un abbraccio che sembrava voler cancellare settimane di agonia. La vecchia Kuzma piangeva lacrime di gratitudine, ringraziando gli Dei per aver concesso il ritorno di Stephan a casa, sano e salvo.
Quella notte, Sukiskyn celebrò il ritorno degli eroi con un banchetto degno delle ballate di Re Halav. Vino, birra e carne di drago essiccata abbondavano sulle tavole per onorare gli avventurieri.
Pyotr si alzò solennemente, porgendo agli avventurieri un'enorme gemma che brillava alla luce delle lanterne. «Questo è un segno della nostra eterna gratitudine. Avete fatto ciò che nessun esercito del Barone o del Duca avrebbe osato fare per noi».
Conner, incapace di resistere alla sua natura scaltra e curiosa, tentò un rapido e furtivo allungo della mano per saggiare il peso della gemma, guadagnandosi però solo uno sguardo di rimprovero da Seebo, che in quell'occasione lo aveva notato.
Il banchetto a Sukiskyn volgeva al termine, lasciando dietro di sé l’odore della legna arsa nel grande camino e il sapore insolito della carne di drago. Ma nonostante il vino e la birra scorressero a fiumi per celebrare il ritorno di Stephan, un’ombra di urgenza bruciava negli occhi dell'allevatore liberato.
Non era solo la debolezza fisica a farlo tremare, ma il peso del segreto che Golthar gli aveva quasi strappato con la tortura.
«Dobbiamo guardarla,» mormorò Stephan, la voce roca ma ferma, rivolgendosi alla compagnia radunata nel salone principale. «Golthar cercava la Grande Mappa. Ed è qui, in questo arazzo che appartiene alla mia famiglia da generazioni».
Sotto lo sguardo incuriosito di Pyotr e della vecchia Kuzma, che ancora asciugava lacrime di gratitudine, Seebo si fece avanti. Lo gnomo illusionista estrasse con dita tremanti per l’emozione la scatola d’ebano recuperata nello studio del Mago Giallo. All'interno, l’Ago d’Argento e il Filo d’Oro brillavano di una luce propria, un riverbero che non apparteneva alle fiamme del camino, ma alle stelle.
I compagni si mossero verso la parete dove pendeva l’arazzo di famiglia dei Sukiskyn. Fino a quel momento, il tessuto era apparso come un enigma astratto: un groviglio di forme geometriche, quadrati e rettangoli che ricordavano quasi i pezzi di un mosaico o di un antico gioco di incastri, privo di senso apparente.
«Sembra quasi una serie di tasselli messi a caso,» commentò Conner, osservando i disegni che ai suoi occhi scaltri parevano un puzzle irrisolto. «O la visione di un sognatore folle,» aggiunse Souane, incrociando le braccia muscolose sopra il petto. «Spero che questo ago faccia qualcosa di più che cucire vestiti, gnomo».
Seebo non rispose. Sollevò concentrato l’Ago d'Argento. Non appena la punta di metallo prezioso sfiorò il tessuto dell'arazzo, questo iniziò a scintillare intensamente. La magia ebbe inizio.
L'ago d'argento iniziò a muoversi di propria volontà, come se fosse guidato dalla mano di un tessitore invisibile, danzando dentro e fuori dalla trama dell'arazzo e intessendovi il suo filo dorato. Sotto gli occhi attoniti della compagnia e degli abitanti di Sukiskyn, i disegni geometrici iniziarono a sciogliersi e a ricomporsi. I colori, prima spenti, divennero vividi: il verde smeraldo delle foreste, il blu cobalto dei fiumi e il marrone ardesia delle montagne presero vita.
Ben presto, l'astrazione dell’arazzo scomparve, rimpiazzato dalla magica luminescenza dorata che metteva in risalto una vasta linea costiera, il corso dei fiumi e delle imponenti catene montuose. Una vera a propria mappa .
Liziano si avvicinò all'arazzo, il suo sguardo analitico che setacciava ogni dettaglio. Voran indicò con un dito fermo un punto preciso a sud. «Qui c’è la confluenza di tre fiumi... potrebbero essere lo Shutturga e il Volaga. Per la roccia di Altaforgia, questa è Kelvin!».
«E lì, verso nord,» intervenne Stephan, indicando la parte più alta dell'arazzo. «Quelle sono le montagne Altan Tepe. E quello è il villaggio di La Soglia».
La mappa rivelava luoghi che i compagni avevano sentito nominare solo dai racconti dei mercanti di passaggio a Rifflian o nei canti dei bardi. La Soglia appariva come un baluardo di civiltà al confine con terre selvagge e inesplorate. Oltre quel villaggio, le montagne diventavano un dedalo di gole e passi pericolosi dove gli uomini non si avventuravano. D'un tratto, un punto nella regione montuosa a nord-ovest iniziò a pulsare di una luce dorata costante.
«La zona dorata,» mormorò Seebo, consultando la pergamena di Baistqet che Liziano aveva faticosamente decifrato nello studio di Golthar. «"Portate con voi i tesori dei templi... per nutrire l'Uno". Quello è il luogo. Quella è Hutaaka».
Un dettaglio inquietante attirò l'attenzione di Conner. Vicino alla zona pulsante, l’arazzo mostrava un ponte che sembrava spezzato, o forse una cascata che però all'halfling sembrava essere rappresentata scorrere al contrario, verso l'alto.
«Un ponte crollato o una cascata al contrario?» chiese confuso.
«Golthar cercava i tesori di questi templi hutaakani» mormorò Liziano con tono pensoso. Keruin, che fino a quel momento era rimasto in silenzio studiando la mappa, sentì un brivido attraversargli la spina dorsale. Ricordò la visione ricevuta da Petra tra le mura invisibili di Xitaqa: "Segui il nano che vi ha seguito nella carovana".
«C'è dell'altro,» esordì il nano chierico di Petra, rivolgendosi ai compagni e riportandoli alla realtà dei loro impegni. «Questa mappa ci mostra la via per Hutaaka, ma i nostri nemici sono altrove. Ricordate Turnolf, il nano sospetto che ci osservava durante il viaggio verso Kelvin? La mia visione non mente. C'è una minaccia ad Altaforgia che trama nell'ombra, e quel Turnolf ne è la chiave».
La compagnia si ritrovò così davanti ad una scelta: tornare verso Kelvin, Altaforgia e Rifllian, per sciogliere i nodi del passato, o puntare diretti a nord, verso La Soglia e le vette gelide degli Altan Tepe, per svelare il mistero di Hutaaka.
Mentre il fuoco di Sukiskyn si spegneva lentamente, Souane impugnò l’elsa del suo spadone, il metallo magico che brillava alla luce morente del focolare.
«Abbiamo riportato Stephan a casa e abbiamo i cavalli,» disse la barbara con una risoluzione che non ammetteva repliche. «Li condurremo a Rifllian e che poi sia il ghiaccio delle montagne o le pietre di Altaforgia, si vedrà».
Voran annuì, guardando la mappa dorata che ora riluceva sull'arazzo. Sapevano tutti di essere cambiati. Non erano più solo i mercenari che avevano ripulito le miniere di Tokash o che dovevano scortare una mandria di cavalli; erano ora i custodi di un segreto millenario che avrebbe potuto cambiare il volto delle loro vite e forse delle terre di Karameikos.
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