24 – La Torre Spezzata
GIORNO 28 FLAURMONT
Sotto un cielo color ardesia, le nuvole correvano come mandrie impazzite, sferzate da un vento furioso proveniente da sud; le rovine millenarie della città di Xitaqa emergevano dalle pareti rocciose del canyon come denti spezzati di un titano dimenticato. Era sorta l'alba del 28 di Flaurmont, l’ultimo giorno del mese, e la natura pareva intenzionata a sbarrare il passo a chiunque osasse profanare quel luogo. Nel cuore di quella bufera, sospesa tra il piano materiale e l'etere, una sottile corda magica svaniva nel nulla, conducendo a un rifugio invisibile agli occhi dei goblin che infestavano le rovine sottostanti. I membri della compagnia sedevano in un silenzio carico di tensione, all’interno del Trucco della Corda. In quella sacca dimensionale, che li sottraeva alla furia degli elementi, l’aria profumava di incenso e di erbe curative. Keruin, il nano sacerdote della dea Petra, era chino in preghiera con la fronte imperlata di sudore. Le sue mani, nodose ma gentili, emanavano un’aura dorata mentre invocava la grazia della sua dea per purificare il suo corpo e quello dei suoi amici. «Per la roccia di Altafòrgia e la gloria di Petra! il male che ha prosciugato la vita sarà scacciato», sussurrò Keruin, sacrificando le sue preghiere più profonde per trasformarle in pura energia guaritrice. La sua mazza, posata accanto a lui, vibrava in sintonia con le sue preghiere; uno alla volta, i segni lasciati dai pipistrelli vampiri — quel pallore malaticcio che aveva svuotato le sue membra — iniziarono a svanire sotto l'effetto della Ristorazione, e le ferite dei suoi compagni si rimarginarono, restituendo loro la forza necessaria per l’impresa che avrebbero dovuto affrontare..... Souane, la barbara traladariana proveniente dal villaggio elfico di Rifllian, scosse la testa, i lunghi capelli neri che ricadevano sulle spalle possenti. Stringeva l’impugnatura del suo spadone con una forza che faceva sbiancare le nocche. «Questa attesa mi uccide più dei morsi di quelle bestie», brontolò la barbara. «Siamo rintanati in un buco magico mentre quel cavolo di Stephan si trova chissà dove, tra quelle maledette rovine»...... «Souane, la pazienza è la migliore alleata di un ranger», gli replicò Vòran con la sua consueta e pragmatica calma. Il ranger era seduto vicino all’apertura magica ed invisibile del rifugio, che fungeva da finestra sul mondo esterno, scrutando la bufera che rendeva impossibile ogni manovra esterna. «Uscire significherebbe essere spazzati via, dai costoni rocciosi. Nemmeno i goblin osano muoversi con questo vento ». In un angolo del rifugio, Seebo, era immerso nel suo lavoro circondato da pergamene e carboncini. Con tratti precisi e meticolosi, stava tracciando una mappa dettagliata di Xitaqa, basandosi sulla breve ricognizione effettuata dall’alto, il giorno precedente. «Guardate», disse lo gnomo con la sua voce sottile che risuonò in quello spazio ristretto , indicando il disegno. «Il canyon è profondo circa venti metri e geomorficamente è simile alla tana dei lupi mannari che abbiamo ripulito sull'altra sponda del Volaga; ma questo è più vasto. La città è un labirinto di pietra antica, costruita da una civiltà che camminava su queste terre ben prima dell'età degli antichi Tràldar». Liziano, il mago thyatiano, osservava la mappa con la mente fredda di uno stratega. «Dobbiamo capire dove si trova prigioniero Stephan. Il numero dei nemici è soverchiante; centinaia, forse migliaia di goblin si nascondono in queste gole».
GIORNO 1 YARTHMONT
Il primo giorno di Yarthmont sorse con una tregua atmosferica. Il vento forte da sud persisteva, ma aveva perso la sua carica distruttiva e il cielo si era ripulito delle basse e pesanti nuvole cariche d'acqua, diventando d’un azzurro freddo e limpido sopra il brullo altopiano. Scesi dal loro rifugio extra dimensionale, la compagnia si mosse con cautela sui costoni rocciosi che dominavano la città perduta, per non farsi vedere dai suoi abitanti mentre tentava dall'alto di carpirne i segreti. Vòran, inginocchiandosi a terra, cercò prima qualche traccia o indizio significativo che potesse fornire loro ulteriori informazioni sul posto; ma il terreno aspro e duro dell'altopiano, unito al maltempo del giorno precedente, non restituì nulla di utile. Trovò invece un piccolo movimento tra le crepe: un topo, dagli occhi intelligenti e il muso fremente. Attingendo alle sue capacità e conoscenze di ranger, Vòran mormorò parole in una lingua che sembrava il fruscio delle foglie; attraverso la sua Empatia Selvatica, riuscì ad attirare il piccolo abitante delle gole e a comunicarci. «Cosa dice la piccola creatura?» chiese Conner al ranger, con la sua solita curiosità, quando questo ebbe finito. «Dice che la torre non è abitata solo da goblin», rispose Vòran, rialzandosi con lo sguardo cupo. «Ma anche da umani». Il pensiero andò agli uomini a cavallo con i quali si erano scontrati sulle rive del Volaga due giorni prima e che portavano tutti un disegno di manette tatuato su una spalla. Seebo non perse tempo. Con l'ausilio di Liziano invocò su di sé i poteri del Volo e dell’Invisibilità, sparendo alla vista dei compagni per proiettarsi verso la torre. Volò sopra il canyon, osservando con ribrezzo la vita che brulicava sotto di lui. Vide i goblin dal colorito giallognolo, tutti marchiati da pesanti collari di ferro; gli stessi che Mirosh, il Veggente del Lago dei Sogni Perduti, aveva descritto loro settimane prima, attraverso le divinazioni che aveva eseguito in cerca di Stephan. I goblin si muovevano tra i babbuini delle rocce che coabitavano con loro, evidentemente addomesticati per essere impiegati come forza bruta per trasportare pesi e adempiere ai lavori più umili e faticosi. Raggiunta la torre, Seebo planò verso il grande portone di bronzo aperto, alto sei metri.

Quattro hobgoblin facevano la guardia sul ballatoio, le spade lucide e gli occhi gialli che scrutavano le scale d'accesso e il fondo del canyon poco più in basso. Il piccolo mago questa volta entrò scivolando, silenzioso e non visto, nell'anticamera della torre. L'aria era viziata, carica dell'odore di putredine e cenere di fuochi da poco spenti. Due grandi statue monumentali con teste di lupo montavano anch'esse una guardia silenziosa su mobili fatiscenti e resti di bivacchi. Lo gnomo proseguì nella Sala Grande; al centro, una fontana asciutta traboccava di rifiuti. Ma fu ciò che vide ai lati a gelargli il sangue: due Lupi dei Ghiacci, enormi come pony, dal pelo bianco come la neve del nord, riposavano su giacigli improvvisati. Accanto a loro, su un letto sbrindellato, sedeva un imponente hobgoblin, intento ad affilare un falchion: una grossa spada dalla lama ricurva; esotica per le terre del Granducato di Karameikos. Il suono del metallo sulla pietra risuonava come un presagio funesto. Invisibile e fluttuando tra le ombre dell'alto soffitto della Grande Sala, Seebo notò da una parte un drappeggio rovinato e consunto dal tempo che nascondeva una scalinata diretta verso le viscere della terra, e una porta chiusa esattamente dalla parte opposta. Non aveva modo di continuare la sua esplorazione, se non rischiando di essere scoperto. Prima di ritirarsi per tornare dai compagni, uscito dalla Torre Spezzata, individuò una porta di legno che sbarrava l'accesso ad uno degli antichi e decadenti edifici di pietra della città; su di esso era disegnato un simbolo che rappresentava rozzamente una torre spezzata. Probabilmente il marchio del clan goblin che rivendicava il dominio su quel luogo. E proprio da quella porta, Seebo potè vedere un uomo in ceppi venire condotto alla Torre Spezzata, scortato da un gruppo di goblin suoi carcerieri. Lo gnomo non poteva essere certo dell'identità dell'uomo, essendosi lui unito al gruppo di avventurieri ad Altafòrgia e solo dopo che questi erano stati ingaggiati a Rifllian da Stephan, ma la descrizione che gli era stata fatta lo indusse a ritenere che si trattava proprio di lui. Seebo si affrettò a tornare dai compagni; anche il tempo della magia che lo occultava stava per scadere. Con il cuore pesante riferì quanto aveva scoperto. «Stephan non è nel canyon. Lo stanno portando alla torre,» disse con voce incalzante per l’importanza della notizia. «Dobbiamo agire; ora!». «Prima dobbiamo sapere se Stephan è stato portato nelle segrete o ai piani superiori della torre», rispose Liziano invitando i compagni alla cautela. Non potevano permettersi di perdere tempo a cercare l'uomo mentre erano impegnati a fronteggiare gli abitanti della Torre che si stavano apprestando ad assaltare. “Dobbiamo avere un'idea ben precisa di dove si trovi”, concluse il mago Thyatiano. Ma per quel giorno non avevano a disposizione altre magie per poter esplorare in incognito la Torre Spezzata, e dovevano fare in fretta se volevano salvare Stephan. «Il mio famiglio può andare dove noi non possiamo», propose in fine Seebo. Lo gnomo liberò così il suo famiglio: un piccolo topo, infuso di magica intelligenza. La creatura sgattaiolò giù per le pareti verticali del canyon, penetrò nella Torre Spezzata attraverso una crepa delle antiche mura e una volta all'interno discese le scale nascoste dal drappeggio nella Grande Sala. Ciò che riportò tramite il legame mentale con Seebo fu inquietante: una stanza sotterranea, vasta e buia, abitata da Ragni Giganti più grandi di un uomo, che tessevano tele spesse come funi tra delle porte di legno chiuse. Ma lì non vi era traccia della presenza dell'allevatore di cavalli che stavano cercando. Oltre quella tana di incubi, dalla Grande Sala, un'altra scala saliva verso i piani superiori della torre.
«Stephan deve essere stato portato su nella torre», disse Seebo, accogliendo il suo famiglio quando fece ritorno sopra il brullo altopiano dove si trovavano nascosti gli avventurieri. «Ho sentito gli hobgoblin parlare; “Gambe Secche" lo sta interrogando per la “mappa”. Dobbiamo agire in fretta o non riusciremo a salvarlo». Il racconto che aveva fatto loro la vecchia Babushka, quando l'avevano liberata dal covo dei Teschio di Lupo nella Foresta Pietrificata, sembrava aver trovato riscontro... Il consiglio di guerra fu breve; l’epicità della sfida richiedeva un piano audace, un assalto che i canti di Karameikos avrebbero ricordato se fossero tornati vivi da quell'impresa. Conner si fece avanti, agitando il suo stocco con destrezza acrobatica. «Se entriamo dagli ingressi della città, ci schiacceranno con il numero; i goblin sono troppi. Dobbiamo essere come fantasmi nel vento». «Infatti, niente assalto frontale», sentenziò Liziano con la voce ferma. «Useremo l'Invisibilità che ci avvolgerà tutti e ci muoveremo come un unico spettro. Da sopra il costone roccioso, userò la Caduta Morbida per scendere come piume direttamente davanti al portone della Torre Spezzata, proprio sotto il naso delle guardie hobgoblin». «E per il rumore?» incalzò ancora Conner. «Se quei lupi che sono dentro ci sentono, saremo morti prima ancora di toccare terra». «Posso pregare Petra affinché un sacro Silenzio avvolga un oggetto che porterò con me», intervenne Keruin. «Entro sei metri da questo oggetto, nessun grido, nessun allarme, nessun rumore potrà essere udito. Saremo la morte silenziosa che giunge dal cielo». «E una volta dentro,» aggiunse Souane, i suoi occhi brillanti di una luce feroce, «ci chiuderemo il portone alle spalle. Isoleremo l'hobgoblin con il falchion e i suoi lupi dal resto del villaggio. Sarà una danza di sangue tra quelle mura di marmo». Il piano era stato delineato e stabilito; avrebbero atteso l'alba del giorno successivo per portare l'assalto alla Torre Spezzata : gli incantatori dovevano studiare gli incantesimi che sarebbero stati necessari per quell'impresa, mentre tutti gli altri avrebbero riposato e medicato le ferite subite nei giorni precedenti. Nella speranza che dopo tutti quei giorni trascorsi, il Fato concedesse ancora qualche ora di vita a Stephan.
GIORNO 2 YARTHMONT
Il 2 di Yarthmont portò con sé una cupa determinazione. Il gruppo, uscito dalla sacca extradimensionale dove aveva trascorso la notte per l'ennesima volta e si era debitamente preparato studiando e pregando, si era spostato sul costone roccioso proprio davanti alla torre, pronti a sferrare l'attacco. Souane sguainò lo spadone, la lama che riluceva di una luce fredda. « Lasciamo che l'acciaio scriva la fine di questa storia», mormorò. Il gruppo si dispose sul bordo del precipizio; il canyon di Xitaqa giaceva sotto di loro, un nido di goblinoidi pronti ad essere calpestati. Con l'ausilio delle magiche verghe che la Regina Veralya aveva fatto loro dono, Seebo e Liziano iniziarono a tessere le complesse trame magiche che li avrebbero resi tutti Invisibili e che li avrebbero fatti cadere delicatamente, proprio davanti all'ingresso della Torre Spezzata. Uno alla volta, gli avventurieri svanirono nell'aria tersa di Yartmont, mentre Keruin invocava una preghiera alla sua dea patrona ed un profondo silenzio li avvolse completamente. «Che Petra ci guìdi ! Il sacro silenzio protegga i nostri passi e la tua forza si infonda nei nostri colpi!». Furono le ultime parole del nano, udite dai compagni, prima che il salto nel vuoto iniziasse. Sette ombre invisibili si lanciarono dal costone roccioso, sfidando la gravità, guidate dalla magia e da una furia nell'assalto alla Torre Spezzata.

La Torre Spezzata
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